E’ il destino di ogni ministero dell’Economia: essere assediato. Da chi vuole aiuti, da chi vuole sconti, da chi vuole incentivi, da chi vuole la leggina o l’emendamento giusto al momento giusto. Ma adesso è diverso. La Seconda Repubblica, caratterizzata da una radicalizzazione dello scontro tra le anime che la compongono, fa registrare un cambiamento significativo nel ruolo del ministero dell’Economia. Il Palazzone di via XX Settembre da buca delle lettere dove chiunque, banchieri, industriali, sindacalisti, associazioni di categoria, politici locali, lasciano i propri desiderata come fosse un santuario, si è trasformato in una cittadella assediata. Le richieste sono diventate, complice la crisi economica, delle specie di bombe intelligenti lanciate dall’esterno delle mura di cinta del Palazzone. Il cui inquilino, Giulio Tremonti, a stento riesce a resistere alle tremolìo delle pareti ogni volta che arriva una nuova richiesta di, per dirla alla Marcegaglia, “soldi veri”.
Così ogni tanto deve cedere anche perchè il ragionamento che sta dietro alle richieste è semplice e perfido: se non arrivano i soldi il Paese ne soffre e la colpa è di chi non li sgancia, cioè del ministro. Così l’aria che si respira all’Economia, già pesante nei periodi in cui l’economia funziona, è diventata irrespirabile. Non passa giorno senza che sui giornali portatori di interessi grandi o piccoli non avanzino il loro emendamento alla prima legge in discussione in parlamento, non suggeriscano soluzioni per uscire dalla crisi o non pongano ultimatum di sciopero fiscale o di licenziamenti di massa se non si fa come vogliono loro. Bombe, appunto. Nella prima Repubblica questa pratica si chiamava “assalto alla diligenza”, oggi, nell’era del capitalismo colbertista, assumono la veste di “consigli” per “il bene nazionale”. Maestra in questa pratica è la Fiat il cui amministratore delegato, il risanatore Sergio Marchionne, ha chiesto la reiterazione degli incentivi auto per evitare un “disastro” dell’occupazione italiana che finora è stato evitato proprio perchè l’Italia, some tutti i Paesi europei, ha varato incentivi alla rottamazione. Per tutta risposta il ministro ha invece concesso gli incentivi per le biciclette e i motorini di piccola cilindrata e la cosa non deve essere stata accolta con i salti di gioia dalle parti di Torino. Anzi. Ma questo è niente, perchè la vera richiesta degli industriali è quella avanzata da Emma Marcegaglia, leader della Confindustria, la quale, senza equivochi giri di parole, ha chiesto a Tremonti “soldi veri” a favore delle imprese. Secondo la Confindustria il decreto anticrisi varato dal governo in estate non è sufficiente. E questo nonostante i colpi di mortaio “sparati” dai grandi industriali italiani avessero perfettamente raggiunto il loro scopo. Ad esempio riguardo la moratoria sui debiti bancari. Nel decreto estivo il ministro ha anche concesso sconti per l’acquisto di beni strumentali, ma l’elenco non era abbastanza ricco (nonostante si trattasse di 2 miliardi di minori entrate fiscale sul bilancio dello Stato del 2011) e gli industriali hanno chiesto di rimpolparlo. Inutilmente. In quel caso Tremonti ha reagito con la detassazione degli aumenti di capitale. Tradotto: i soldi nell aziende metteteceli voi. Stessa storia per l’annosa questione dei pagamenti della pubblica amministrazione. Si tratta di 30 miliardi che lo Stato, nelle sue varie articolazioni, deve al sistema produttivo principalmente privato. Beh: su quei 30 miliardi gli industriali stanno da anni facendo un lavoro ai fianchi del ministro che non ha pari. Probabilmente, infatti, proprio a quella enorme somma di denaro si riferiva la Marcegaglia quando chiedeva ”soldi veri”. Ecco, quelli sono soldi veri, solo che non ci sono. E l’assedio continua. Più asfissiante di prima. Gli industriali, armati dei risultati del loro ufficio studi, hanno lanciato l’attacco sul fronte delle riforme. Il colpo basso è arrivato quando il leader degli industriali ha detto che se l’assediato, Tremonti, seguisse i suoi consigli, il Pil aumenterebbe del 30% nell’arco di qualche anno. La richiesta principale riguarda la la sburocratizzazione per le imprese che darebbe un beneficio in termini di crescita economica pari al 4% del Pil. Seconda richiesta: spese per le infrastrutture (in perfetto stile keynesiano più che colbertista) che farebbe crescere il Pil del 2%. Terza richiesta: una scuola “più vicina alle imprese”, che è un modo molto elegante per chiedere più laureati in ingegneria e meno professori di latino. Secondo gli industriali se i nostri dottori sapessero tante cose quante ne sanno i loro colleghi europei il Pil italiano salirebbe (addirittura!) del 13%. Tremonti è assediato anche da chi chiede le liberalizzazioni che, la storia l’ha dimostrato, è una richiesta che fa fatica a soddisfare. Per questo, essendo un tema sul quale gli industriali picchiano da sempre, la battaglia su questo fronte è particolarmente cruenta. Secondo il centro studi della Confindustria, che spara papers come un mortaio lancia bombe di precisione, liberare l’economia dai lacci e lacciuoli permetterebbe una crescita dell’11% del Pil. Poi c’è il capitolo retribuzioni. Non è un mistero che gli industriali chiedano, questa volta non direttamente al ministro dell’Economia ma a quello del Welfare, Sacconi, di (come ha detto l’ex leader degli imprenditori Luca Cordero di Montezemolo) rafforzare il secondo livello di contrattazione, quello aziendale, “introducendo strumenti più moderni per pagare meglio i lavoratori che contribuiscono ai risultati delle imprese». Ovviamente anche una riduzione del peso del fisco sulla busta paga (il famoso “cuneo fiscale” prodiano) sarebbe una mossa ben vista. Ma, per ora, non se ne parla. Così come non se ne parla di quel fondo pubblico che la Marcegaglia ha chiesto al governo di varare per rafforzare patrimonialmente le imprese. Ma la richiesta più importante, quella che potrebbe davvero far vedere chi mente tra le banche (che dicono che il flusso del credito al sistema produttivo non è mai rallentato) e le imprese (che sostengono il contrario) è quella di sospendere per un certo periodo l’accordo europeo Basilea2, che distingue le imprese meritevoli di credito da quelle che non lo sono sulla base di rigidi rating patrimoniali. Se si sospendesse per le aziende, in teoria, sarebbe più facile farsi finanziare. Se proprio non è possibile, e tutto fa ritenere che non lo sia, allora l’alternativa proposta dagli industriali è di istituire anche in Italia i “mediatori del credito”, funzionari pubblici (in Francia sono dei dipendenti della banca centrale) che assistono banche e imprese nel cercare di far incontrare domanda e offerta di liquidità.
A dare man forte agli industriali nell’assedio al palazzo di via XX settembre sono anche molte altre organizzazioni (si fa prima a dire: tutte). I più attivi sono i sindacati i quali, nonostante non abbiano mai sganciato la vera bomba a loro disposizione, lo ciopero generale, non rinunciano a lanciare missili. Così tanti che elencarli tutti sarebbe perfino noioso. Diciamo, però, che una delle richieste fondamentali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl riguarda un taglio alle tasse che gravano sui lavoratori dipendenti, cioè un taglio al già citato cuneo fiscale. Raffaele Bonanni, leader della Cisl, è entrato più nello specifico e, difendendo i lavoratori dipendenti, dice di “detassare le tredicesime: o con un livello zero sui soldi incassati nelle trattative di secondo livello o con l’abbassamento delle aliquote per lavoratori e pensionati”. Una richiesta che ha trovato d’accodo Carlo Sangalli, leader della Confcommercio. Ma non è finita: Bonanni chiede anche di estendere la cassa integrazione ordinaria a tutti coloro che perdono il lavoro. Luigi Angeletti della Uil chiede invece di allentare il cosiddetto “patto di stabilità interno” e di raddoppiare la durata della Cig mentre Renata Polverini dell’Ugl vuole il quoziente familiare e l’estensione anche alle famiglie della moratoria sui debiti ora operativa solo per le imprese. Una gragnuola di colpi che ha fatto tremare i muri del ministero. Che, però, resiste.
Anche le banche non scherzano quando si tratta di assediare il Palazzo con la differenza che i loro missili sono più discreti di quelli lanciati dagli industriali. Fanno meno rumore, ma sono letali ugualmente. Una delle loro richieste ha colpito perfettamente il bersaglio. Si tratta di una formulazione per nulla aggressiva della legge sulla class action, che permette a singoli individui di promuovere insieme una causa contro una società. A farne le spese sarebbero stati soprattutto gli istituti di credito che, però, si sono salvati. Nulla da fare, invece, per un’altra importante richiesta fatta (discretamente, molto discretamente) da Corrado Faissola, leader dei banchieri nazionali, quella di abbassare il peso del fisco (alla fine si va sempre lì a parare: le tasse) sul fondo rischi in modo da poterlo rimpinguare con accantonamenti ad hoc pagando meno imposte. Bella mossa, ma inutile. Anche perchè Tremonti, che ha un’idiosincrasia genetica verso i banchieri, ritiene di aver già fatto un enorme piacere agli istituti varando il terzo scudo fiscale, che consente alle banche di farsi pagare il servizio di rientro dei fondi accantonati all’estero. E per le banche è tutto. Il resto sono insulti.
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