
Cominciano ad essere un po’ troppi gli scandali che riguardano il centrosinistra. Prima è stata la volta della Puglia, poi l’affare Delbono e infine quello Marino. Poi, se vogliamo, aggiungiamoci le intercettazioni abusive a carico dei dipendenti delle Coop. Bisogna fermarsi un momento e farsi qualche domanda. E’ una tesi sostenibile quella di liquidare il tutto come attacchi giudiziari? Sì, è sostenibile. Vediamo caso per caso.
Puglia. Il caso esplode non a ridosso delle elezioni regionali, ma l’anno scorso. Da una costola delle indagini sulle forniture del gruppo Angelucci alla sanità regionale nasce l’affaire D’Addario. In cima agli accusati c’è l’ex assessore alla Sanità, Alberto Tedesco che avrebbe indicato quali aziende avrebbero dovuto vincere gli appalti. E’ da ricordare l’indimenticabile frase del presidente della Regione, Nichi Vendola, quando disse “io di sanità non ne capisco niente”. Visto che proprio Vendola è l’unico non coinvolto nelle indagini se ne potrebbe dedurre che solo chi non capisce niente non è indagabile, ma questo è un altro discorso. Resta il fatto che è possibile che l’inchiesta sia partita per attaccare la giunta Vendola. E’ possibile perché Vendola, anche da presidente sostenuto da una coalizione di centrosinistra è sempre stato vissuto dal milieu pugliese come un estraneo e questo, si sa, non aiuta nei rapporti con la magistratura. Questa è l’inchiesta che meno sostiene la tesi iniziale.
Secondo caso. A Bologna il sindaco Delbono utilizzava soldi pubblici per faccende private (lasciamo stare i fatti di letto che non mi interessano). Il sospetto venne lanciato per primo da Cazzola, candidato alternativo a Delbono alla poltrona di sindaco. Cazzola fece insinuazioni su una presunta amante di Delbono e da lì partì tutto. Anche questo caso non aiuta a sostenere la tesi che si tratti di un complotto.
Terzo. Sempre a Bologna i magistrati intercettano delle conversazioni tra due persone, come si dice, informate dei fatti che spiegano che Ignazio Marino, uno dei migliori chirurghi del mondo (sottolineo: del mondo) non verrà ad operare al Sant’Orsola perchè si è schierato contro Pierluigi Bersani (emiliano) e quindi la sua presenza in un ospedale saldamente controllato dalla politica è sgradita. Sembrerebbe che lui voglia appena 1500 euro per operazione quando all’ospedale vanno 22.500 euro in rimborsi. Sarebbe un affare. Ma non se ne fa niente. In questo caso l’intercettazione finisce sui giornali pur non essendoci un reato vero e proprio che coinvolga Bersani o i dirigenti sanitari. Quest’ultimo caso potrebbe sostenere meglio la tesi del complotto.
Ce n’è abbastanza per farsi un’opinione. Io, personalmente, credo che il complotto non ci sia. E credo anche che tra i tre casi quello di Ignazio Marino sia il peggiore. Che nella sanità, in tutto il mondo, mica è un’esclusiva italiana, si rubi è un fatto assodato. Che si tratti di ospedali pubblici o privati, del nord o del sud, di sinistra o di destra, non importa. Che i politici usino beni pubblici per farsi viaggi privati questo è altrettanto assodato. Ma che uno dei migliori chirurghi del mondo (sottolineo: del mondo) non possa avere una sala operatoria per operare i suoi pazienti perché la pensa in un modo piuttosto che in un altro, questo è ignobile. Il diaframma che mi divide dal qualunquismo di Pierluigi Celli si è assottigliato molto. Anche se non riesco ancora a dire ai miei figli, come ha fatto lui: andate via dall’Italia.
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