Sono d’accordo con Fabrizio Galimberti: sull’entità dei sussidi alle imprese occorre fare un po’ di chiarezza. Sembra strano che lo dica proprio io, visto che Galimberti su Sole 24Ore prende in giro chi ha quantificato in 35 miliardoi l’ammontare dei soldi pubblici che arrivano alle società. Quindi, in qualche modo, prende in giro me anche se io, in verità, in “Mani Bucate” ho stimato l’ammontare complessivo in 30 miliardi e non 35. Ma è un dettaglio.
Galimberti dice che alle aziende italiane vanno appena 3 miliardi di euro, cioè lo 0,2% del Pil rispetto ad una media Ue dello 0,5%. E’ la stessa cifra, rivista un po’ al ribasso, che aveva dato l’allora presidente della Confindustria Emma Marcegaglia per rispondere alla mia stima fatta in “Mani Bucate”. La Marcegaglia, visibilmente irritata, aveva parlato di 3,4 miliardi e aveva intimato di stare più attenti prima di “sparare” certi numeri. Oggi Galimberti, forte di uno studio del Centro studi di Confindustria, parla di appena 3 miliardi ricavando questa cifra dalla contabilità nazionale.
Beh, l’approccio è sbagliato. Galimberti e il Csc hanno cercato nel posto sbagliato e siccome sono persone esperte, non potevano non sapere che non è nella contabilità pubblica che vanno cercati i sussidi e se lo hanno fatto è stato solo per confermare la cifra dei 3 miliardi alla vigilia della presentazione da parte di Francesco Giavazzi del suo rapporto sugli incentivi, che si annuncia piuttosto critico verso questo sistema di fare politica industriale.
Stiamo parlando di un argomento sul quale nessuna amministrazione dello Stato possiede dati certi (e già questo è sintomatico del caos del sistema degli incentivi, altro che 3 miliardi!) e per questo diventa fondamentale la fonte che si prende come riferimento. Certamente il CsC, che ha molti meriti, non è una fonte molto affidabile dato che rappresenta i beneficiari degli aiuti. Per quanto mi riguarda ritengo che l’articolo più informato lo abbia scritto su Lavoce.info, Guido Nannariello, direttore generale del servizio studi della Ragioneria Generale dello Stato. Nannariello stima per il 2010 gli aiuti alle imprese in 11 miliardi e 975 milioni di euro. Ma anche lui non esaurisce il totale dei sussidi. In questi 11,975 miliardi non sono compresi i sussidi alle aziende che producono energia elettrica da fonti rinnovabili. Nel 2010 questi sussidi sono stati pari a 3,4 miliardi che sono saliti (fonte: Authority per l’Energia) a quota 6 miliardi nel 2011 mentre per il 2012 le stime, prima delle revisioni intercorse, parlavano di ben 9 miliardi. Quegli 11,975 miliardi non comprendono, poi, i sussidi che le società possono prelevare direttamente dai fondi europei. E non comprendono nemmeno i sussidi che le imprese italiane incassano da Stati stranieri (la Fiat in Serbia, ad esempio). Si tratta in tutti e tre i casi di soldi che non vengono contabilizzati nel bilancio dello Stato perché non escono dalle casse pubbliche. Gli incentivi all’energia verde vengono prelevati dalle bollette degli italiani; alcuni importanti fondi Ue (ad esempio difesa ambientale o cinema) non sono cofinanziati ma sono alimentati dalle “normali” contribuzioni nazionali e, infine, ovviamente, i soldi che le imprese italiane incassano da Stati stranieri non fanno parte della contabilità dello Stato italiano.
Ecco: se vediamo il sistema degli incentivi non dal lato di chi li eroga, ma dal lato di chi li incassa, le cifre cambiano. E sono spaventose, come sa bene lo stesso Giavazzi che sul Corriere della Sera ha parlato esplicitamente di “30 miliardi” erogati alle aziende. I 3 di cui parla Galimberti o il CsC sono solo una pallida rappresentazione della realtà.
Questo per amore della verità e per la precisione dei numeri. Ma la discussione dovrebbe incentrarsi non tanto sui numeri quanto sul buono o cattivo utilizzo dei fondi a favore delle imprese. E per questo rimando agli articoli che ho scritto in questo blog o, per chi vuole, al primo capoitolo di “Mani Bucate” dove ho spiegato per filo e per segno perché i sussidi finiscono per incentivare le imprese peggiori a danno di quelle migliori. Ed è esattamente per questo che Confindustria dovrebbe smetterla di minimizzare il tema, e iniziare una battaglia per abolire gli incentivi (o ridurli drasticamente) e ottenere al tempo stesso una drastica riduzione delle tasse sui produttori. Ne è capace?
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